mercoledì 29 agosto 2018

Riflessi scrittorei


Le vacanze, quando finalmente sono arrivate, ci hanno portato in montagna.
Sarà che tutti dicono che i bambini devono essere portati al mare, ma sui monti, negli ultimi anni, per far fronte alla concorrenza, si sono super attrezzati per i pupattoli. 
Passeggino o zainetto e si arriva comodi comodi in posti come quello in foto, dove davvero fatico a provare nostalgia per l'odore della crema abbronzante, le meduse, la paura che il cucciolo si perda nella spiaggia, la sabbia ovunque, insomma, tutti quegli elementi che costellano i miei ricordi di "vacanza estiva al mare per bambini".
Con molto coraggio, il marito ha portato in lettura gli scritti della combriccola della scrittura privata e quindi ho potuto raccogliere tutti i pareri dei miei, questa volta letteralmente, quattro lettori. Gente che mi conosce, che legge quello che scrivo abitualmente, e che ha letto questo esperimento, sapendo che per me il gioco era anche liberarmi di qualsiasi paletto editoriale.
Devo dire che tirare le fila è piuttosto spiazzante e mi ha fatto scoprire cose della mia scrittura di cui probabilmente non ero del tutto consapevole.
Eccone qui alcune, alla rinfusa.

– Non c'è davvero modo di farmi scrivere qualcosa che vada oltre a un bacetto. Non importa quanto disinibiti possano essere i miei personaggi, non importa se i lettori sono quattro e non si fanno alcun problema. Su questa cosa prima o poi bisognerà lavorare seriamente, credo.

– Permettersi di mettere più di se stessi nei personaggi perché tanto mi leggono in quattro che già mi conoscono è stato un errore gravissimo.
Reazione del marito:
"Questo personaggio è come te quando hai il ciclo. Uguale. Mi viene voglia di prenderlo a sprangate. Ti sopporto perché ti ho sposato e sono pochi giorni al mese, ma pure leggere queste paranoie? Ogni volta che arriva il suo punto di vista mi vien male"
E io non sapevo se volevo uccidere per questa reazione me stessa, il marito o il personaggio.
Timida domanda finale:
"Ma alla fine non gli hai voluto bene neppure un po'?"
"No"

– Lasciata a me stessa sono terribilmente melensa. Mi faccio venire il diabete da sola.

– Lasciata a me stessa mi annoio a scrivere descrizioni, ma poi ne sento la mancanza.

– Non importa se leggeranno in 4 e se so che costoro non sono stati nei luoghi in cui si muovono i miei personaggi. Sono terribilmente a disagio nell'ambientare una storia in un luogo reale che non ho visitato. Il risultato è che chiudo i personaggi in casa o comunque in ambienti chiusi, come certi film italiani a basso budget che sono ambienti solo in interni. Cosa che per altro ho sempre detestato.

– Quando penso a una storia sono come il protagonista di "Mattatoio n°5", continuo a passare da un momento all'altro della vita dei miei personaggi, magari su un'arco temporale di trenta o più anni. Tuttavia non mi sembra che la coerenza interna venga meno. A volte racconto conseguenze di cause che ancora non conosco, ma che di certo ci sono.

– Il mio registro è il malinconico, lasciata a me stessa niente drammoni, niente scoppi di risa. Cieli grigi. A volte mi faccio noia da sola.

– Il lettore ideale influenza molto la scrittura, se poi il lettore ideale è una persona concreta è tutto più scoperto.
"Questo è il personaggio preferito di X, devo assolutamente metterci questa cosa che X mi ha raccontato".
Insomma fanservice allo stato puro. Paradossalmente credo che il personaggio in questione ne sia stato molto arricchito.

– Devo lavorare di più sulla gestualità dei personaggi. Come si muovono, come camminano, le pose tipiche. Me le perdo via e rischio che diventino creature di puro pensiero, anche quando si tratta di individui che invece si esprimono molto con la fisicità.

– Nel tornare a scrivere un racconto per un concorso mi è venuta l'ansia.
"Oddio ora non so più scrivere per un pubblico generico". E ho pensato che sono proprio le frasi per cui il marito prenderebbe a sprangate me e i miei personaggi. E quindi ho finito il racconto. Vedremo poi che fine farà.

Voi come vi vedete riflessi nella vostra scrittura?

lunedì 27 agosto 2018

Letture – Mattatoio n°5


La capacità proprio della letteratura è quella di far arrivare alla verità attraverso la finzione.
Tuttavia vi sono esperienze al limite dell'umano che diventano tangibili attraverso la letteratura solo se arrivano da un'esperienza concreta.
Quei casi, che non auguro a nessuno, in cui qualcuno che è già uno scrittore o lo è in potenza si trova a vivere in prima persona esperienze drammatiche. Credo che esperienze al limite come la guerra o la prigionia siano davvero difficili da scrivere nel comodo di uno studio. Forse che sia persino un po' arrogante farlo. In effetti noi prof veniamo bersagliate da proposte letterarie a tema "Seconda Guerra Mondiale" e alcuni, che parlano di lager ma sono scritti dalla comodità di salotti riscaldati, devo dire mi urtano un po'.
Mattatoio n°5 è uno di quei libri in cui si tocca con mano lo strazio del vissuto.
Ed è un libro di fantascienza.

Il primo capitolo, una sorta di prologo, è, per certi versi, una delle cose più vere e strazianti che mi sia capitato di leggere.
Poche pagine raccontano in modo tanto vivido l'urgenza di scrivere e il disagio del doverlo fare, il pudore a raccontare qualcosa che si sente di dover narrare, che si è visto, sapendo che si andrà ad urtare delle sensibilità.
L'autore, americano di origine tedesca, durante la Seconda Guerra Mondiale è stato fatto prigioniero in Germania. Portato a Dresda, per un caso fortuito è stato alloggiato, insieme agli altri prigionieri americani, in un mattatoio sotterraneo, sopravvivendo così al bombardamento che ha raso al suolo la città uccidendo, inevitabilmente, per lo più civili.
In questo primo capitolo Vonnegut racconta la sua necessità di scrivere di quei fatti e i suoi scrupoli. Da un lato l'orrore per la guerra, qualsiasi guerra (il sottotitolo del libro è "la crociata dei bambini"), dall'altro il palpabile disagio che percepiva nel prospettare, negli anni '60, un romanzo sulla Seconda Guerra Mondiale in cui si empatizza con vittime tedesche. 
Il disagio dell'autore è palpabile, quasi si senta il suo grido trattenuto per qualcosa che lotta per uscire e il disgusto nel constatare che per molti ci sono morti (innocenti) che non hanno diritto neppure alla pietà per il solo fatto di appartenere "al nemico".

La soluzione è ricorrere a una fantascienza straniante.
Protagonista del racconto è Billy, uno spastico temporale.
La sua caratteristica è quella di avere una coscienza che continua a saltare da un momento all'altro della propria vita, che quindi viene esperita in modo non lineare. 
Un momento è il giovane soldato americano prigioniero a Dresda, che ogni tanto sfiora l'autore (con fortissimi cortocircuiti narrativi), un momento dopo è adulto, consapevole, magari, della morte di un moglie che non ha mai amato né odiato, un momento ancora ed è prigioniero di alieni che gli spiegano come il tempo coesista.
Questa percezione diacronica del tempo amplifica la sensazione generale di mancanza di senso. La percezione di Billy è di una vita affidata al caso, dove l'unica certezza è la capacità dell'uomo di far del male ad altri uomini. Dove ragazzi vanno in guerra senza capire bene il perché, finiscono per scontrarsi con altri ragazzi, in uno sconfinato paesaggio di vittime, senza neppure la certezza che i carnefici davvero esistano da qualche parte.

Ingenuamente, pur avendo già letto Ghiaccio nove, ho pensato che l'impianto fantascientifico avrebbe tolto forza a una narrazione che, di fatto, è memorialistica.
Errore.
L'impressione è un costante urlo di dolore nel vuoto. L'impossibilità ad accettare una mancanza di senso. Le infinite morti assurde che costellano il libro. Tutte di personaggi dimenticati e dimenticabili, gente su cui nessun libro di storia si soffermerebbe, come non si soffermano sui morti di Dresda.
Sono veramente molti i passaggi che risuonano come pugni nello stomaco, non ultimi i deliri fnatareligiosi che il protagonista legge in alcuni romanzi di fantascienza. E in effetti, c'è qualcosa che risuona in tutto il romanzo come un grido disperato a un dio assente, a un tempo che non può essere cambiato, all'illusione di un senso inesistente. 
Perché Billy, il protagonista, può anche trovare consolante, per certi versi, l'ineluttabile impossibilità di vere scelte (lui, che sposa la moglie perché già sa di averla sposata e ha già persino vissuto la vedovanza), ma è ovvio che per l'autore o il lettore non c'è alcuna consolazione. C'è la constatazione che sicuramente a qualcuno la guerra sarà sembrata giusta e necessaria, ma a farla sono stati ragazzini o quasi e che tutte le vittime, anche quelle odiose, hanno sofferto.
Come in Ghiaccio nove non c'è speranza di redenzione per l'umanità. Non c'è neppure l'arroganza della malvagità, se così possiamo chiamarla. Agghiacciante è il passo in cui Billy, a cospetto degli alieni, implora questi ultimi a fermare l'uomo, prima che distrugga l'universo. Ma gli alieni, che hanno un'altra concezione del tempo, dicono che non ce n'è bisogno, saranno loro a distruggere l'universo, per un banale incidente. L'umanità tutta non è che un piccolo accidente di cui non importa a nessuno.

Mattatoio n°5 è un libro da cui si esce spiazzati. Fa male. Ha angoli taglienti aguzzi di verità e disperazione.
Ed è un libro di fantascienza.

venerdì 24 agosto 2018

Essere semplice


Non era mia intenzione lasciare languire il blog per così tanto tempo, davvero, e me ne scuso con tutti.
A inizio luglio sono stata presa in contropiede da una stupido batterio, che a quanto pare ha trovato la strada spianata da un certo numero di malanni pregressi, e mi ha messo del tutto ko.
È stata una sciocchezza, ma è bastata a farmi toccare con mano alcune fragilità.
Poi è arrivata l'estate, quella vera, la pupattola a casa dal nido, le vacanze, le cose da fare, i racconti da scrivere e l'aggiornamento del blog è slittato fino ad ora.
In qualche modo ora cercherò di recuperare, perché ci sono cose da dire, libri di cui parlare, riflessioni da fare. Fuori dalla soglia di casa mia stanno accadendo cose su cui vorrei ragionare, cose che mi spaventano.
A volte penso di non essere in grado di trovare le parole per esprimere ciò che penso, che non sia il caso, altre che come prof, come quanto meno dilettante della parola, sia mio dovere provarci.

Per il momento vi lascio una canzone.
Ci sono stati giorni, quest'estate, in cui non ho fatto altro che boccheggiare ascoltando la radio (e ringraziando, nonni, amici, nido e chi chiunque altro si stesse occupando della pupattola in quel momento) e ogni tanto la radio passava una canzone di Diodiato.
Non è che mi entusiasmasse.
È che mi descriveva, alla perfezione.
Magari non la me stessa attuale che, almeno su alcune cose, si è un po' rappacificata con se stessa.
Descriveva alla perfezione la persona che sono stata a lungo e, per certi versi, non mi era mai capitato.


E chiedo scusa se non ho vissuto
Come gli altri mi dicevano
Se tutto quello che ho desiderato
Era più grande di me
E ora che sono qui mi manca il fiato
Vorrei davvero essere semplice
Ma so che è stupido considerato
Che non fa parte di me


"Vorrei davvero essere semplice/ Ma so che è stupido considerato/ che non fa parte di me"
Ecco, credo di essermi ripetuta mille volte questa frase.
Perché mi piacerebbe un sacco, davvero, essere quella che si definisce "una persona semplice". E io ho gusti da persona semplice, il che per certi versi non aiuta. Le cose che mi piacciono, che mi fanno stare bene, lo sono. Non c'è mai stato nulla di trasgressivo nelle mie azioni, ma i miei pensieri non sono, non sono mai stati e temo mai saranno, semplici. Non lo è il mio sguardo sul mondo. Né ho mai smesso di desiderare ciò che è più grande di me.
E sembra stupido, ma evidentemente non lo è, desiderare una semplicità che, semplicemente "non fa parte di me"

Per molto tempo sono stata esattamente questo ritornello. Ora molto meno.
Perché va bene, non sono semplice. Non lo sono neppure le persone che pian piano hanno iniziato a costruire il mio attuale, così amato, microcosmo. E alla fine ho smesso di cercare quella linearità di pensiero che, lo so, non potrà mai appartenermi.

In ogni caso è stato strano incappare per caso in una canzone che in tutta onestà non ritengo un capolavoro, eppure è il grado di descrivermi così bene.
A voi è mai capitato?

PS: i fiori in foto mi sono stati regalati il giorno della mia conferma in ruolo. Adesso sono, senza alibi alcuno, una prof vera.

mercoledì 20 giugno 2018

Quale storia insegnare ai nostri ragazzi?


In questi giorni sono immersa nel lavoro di programmazione per il prossimo anno scolastico.
Dato che la pupattola va al nido praticamente dietro la scuola e io, siano ringraziati gli dei tutti, non ho esami, posso immergermi nella biblioteca scolastica per cercare di rispondere alla domanda filosofica/esistenziale "che far fare ai miei ragazzi l'anno prossimo?"

Croce e delizia, più di tutto, è storia.
Perché è la mia materia preferita, da brava archeologa in disarmo quale sono.
Perché di solito è la loro materia meno amata.
E le due cose tendono a cozzare.

E poi il programma di seconda media idealmente va dal rinascimento all'unità d'Italia.
Vuol dire percorrere a passo di battaglione secoli cruciali incontrando morte e distruzione, rivoluzioni, drastici cambiamenti di vita e di pensiero.

Rischia concretamente di diventare una tortura comune, per me e per loro, da cui si esce con molta frustrazione reciproca e pochissimi apprendimenti.

E da qui la mia domanda:
Quale storia insegnare ai nostri ragazzi?

Quella delle date e delle guerre?
Quella dei cambiamenti della società?
Un po' una e un po' l'altra e sperare in bene?

E sopratutto perché insegnare storia, a prescindere dal fatto che sono pagata per farlo.

La mia idea, dopo quasi due settimane di meditazione, è quella di usare come idea base il:
"cosa ci rimane di questo evento?"
Nel piccolo e nel grande.
Dalle croci ancora incise su certi portoni della zona, memoria della peste del '600, ai grandi effetti globali di alcuni eventi.
Un tentativo forse destinato al fallimento di ancorare il passato al presente di una generazione abituata a vivere l'attimo e il virtuale, per cui la notizia di ieri è già vecchia e dimenticata.

Non sono comunque se sia un'idea sensata.
Secondo voi quale storia dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi?

venerdì 15 giugno 2018

Mettere in scena i propri personaggi


Dopo la parentesi seria del post precedente, torniamo alle sciocchezze scrittoree.
La scrittura privata prosegue.
In foto vedete la stampa dei primi due volumi, quello sopra è mio, quello sotto di un tandem di amiche.
Ho detto con molta serietà i primi due volumi, perché la produzione è ancora in corso.
Per me significa addentrarmi in storie inesplorate, senza la rigida struttura del giallo o i forti eventi esterni del fantastico (per quanto nei miei fantasy di solito capitino poche cose, qualcosa capita comunque). Quella che sto scrivendo in questo momento è una storia esclusivamente psicologica, l'unica di questa lunghezza in cui mi sia mai buttata. Esca come esca, è comunque un'esperienza formativa.

La cosa buffa è che siamo in tre a scrivere usando gli stessi personaggi di partenza, con una quarta amica molto informata dei fatti e mio marito che sopporta (e legge, santo uomo). 
E i nostri personaggi hanno iniziato a parlare tra loro. 
Non all'interno di una storia.
Tra storie diverse.

Immaginiamo che ciascuna di noi stia raccontando un universo parallelo, simile ma non uguale a quello delle altre, in cui ci sono gli stessi personaggi, ma con delle variazioni. E ci sono delle finestre per cui i personaggi qualcosa sanno di cosa accade nell'altro universo.
E commentano.

Quindi, ad esempio, io leggo un pezzo non mio e ho un'opinione su quello che vi accade. Ma anche i miei personaggi hanno un'opinione. Spesso non concorde tra loro. Che comunicano.

Ora questa cosa è una follia, ma è anche estremamente divertente e narrativamente interessante.
Perché mi porta a conoscere aspetti dei miei personaggi che non hanno a che fare strettamente con gli eventi narrati, ma li arricchisce.

In nessuno dei corsi di scrittura che mi è capitato di fare o nei manuali che ho letto si propone un esercizio del genere, eppure credo che sia interessante da fare.
Cercate qualcuno che scrive e che stimate. Inventate insieme uno o più personaggi o prendetene di già esistenti. Datevi qualche giorno per studiarli in autonomia e poi fateli parlare, fate raccontare loro delle loro scelte e delle loro vite, di come e del perché divergano pur essendo partiti da una base comune.
Vi assicuro che possono uscire cose davvero interessanti.

Certo, quando ti trovi a scrivere un messaggio per conto di un tuo personaggio che ha qualcosa da dire alla sua controparte di un'altra storia, senti di essere ancora più matta di quanto già sapessi di essere. Ma, insomma, uno proprio sano sano di mente non si mette a fare lo scrittore.

Se provate l'esercizio proposto ditemi poi com'è andata.
Ah, dimenticavo, effetti collaterali. Trovarsi a scrivere 300 pagine in meno di due mesi.

martedì 12 giugno 2018

Parole di cui abbiamo bisogno

Di nuovo una pausa non voluta, dovuta alla concomitanza scrutini-relazioni-malanni (certo, anche alcuni personaggi logorroici che si sono imposti alla mia attenzione non hanno aiutato).
Non posso dire di essere stata particolarmente attenta al mondo esterno in questi giorni e tuttavia come mamma, insegnante e in fin dei conti cittadina italiana, mi sento in dovere di segnalare una cosa che mi ha colpito.

Ho seguito da spettatrice distante la crisi politica e la nascita del nuovo governo, godendo, devo dire, più per gli spunti satirici in alcuni casi ben colti che questi fatti hanno dato che stando davvero attenta alla sostanza. Ci sono parole, però, che mi hanno colpito. Spesso in negativo. Parole molto forti, spesso ritrattate subito dopo, sia pronunciate da politici che da privati cittadini.

Ci sono state, però, anche delle parole chiare, che ho sentito per caso, in auto, dalla radio e ho pensato che davvero erano le parole di cui abbiamo bisogno.
Mi sarebbe piaciuto che una voce così limpida e netta, che chiama le cose col loro nome, fosse uscita da un giovane, invece affidarci al buon senso di un'anziana. E forse va bene così.
Mi riferisco alla parole della senatrice a vita Liliana Segre, di cui vi lascio il link. Sette minuti che vale la pena di ascoltare.


Non è per me una questione di politica o, peggio, di parte politica. 
Mi spaventa quello che sento nell'aria, il voler mettere differenze tra persone e persone. Addirittura di voler considerare qualcuno meno persona di un'altra. Bene ha fatto, dal mio punto di vista, la senatrice Segre a ricordare dove può portare questa strada. E bene ha fatto a parlare esplicitamente di rom e sinti.
Non credo che in questo momento, in Italia, ci sia una minoranza fatta oggetto di più pregiudizi e più emarginata, spesso considerata meno che umana. 
Credo di aver già raccontato sul blog quanto mi era accaduto qualche anno fa in una classe. Un alunno aveva usato la parola "zingaro" come insulto. Dopo che era stato richiamato, una compagna ha alzato la mano dicendo di essere sinti. Ricordo fin troppo bene il gelo che è caduto in classe, perché quella ragazzina, perfettamente inserita, bravissima in musica e nelle lingue non poteva appartenere a quel gruppo di persone che, secondo alcuni adulti (come riportato da un altro, imbarazzatissimo alunno) "andrebbero bruciati tutti". 

E, in generale, sarebbe bene ricordare, oggi più che mai, che i diritti umani spettano a tutti. In quanto esseri umani. Senza far distinzioni tra chi ci piace e chi no.
Come ricorda una mia cara amica, non c'è nulla di più pericoloso che "il diverso pulito". Cioè lottare per i diritti di chi ci piace, magari ci fa tenerezza e dimenticarsi degli altri. Quel processo mentale che ha portato alcuni senatori ad applaudire quando si è parlato dello sterminio degli ebrei e a non farlo quando si è ricordato che anche i rom hanno fatto la stessa fine.
Questo è solo un esempio di una propensione a tracciare linee divisorie tra chi dovrebbe avere più diritti e chi meno.

Il che, sia chiaro, non implica il chiudere un occhio al rispetto della legge. Come un sacco di gente, quando ero all'università, ho subito un furto in casa "firmato" da una banda rom (che mi hanno rubato i vocabolari, mannaggia a loro, immagino per mancanza di qualsiasi altra cosa). I ladri sono ladri, chisseneimporta da dove vengono, e andrebbero trattati come tali. 
"Andrebbero bruciati tutti", però è un'altra cosa. 

Dal momento che queste frasi le sento, le sento sempre più spesso, nei più disparati contesti. 
E mi sembrava doveroso lasciare una traccia pubblica, sia pure solo su un inutile blog, del fatto che io non sono d'accordo.

venerdì 1 giugno 2018

Guardando verso l'estate



Con la pioggia che arriva puntuale quasi ogni giorno, l'estete la guardiamo, ma ancora non la sentiamo, se non a tratti e a spizzichi, forse per questo ancora più graditi.
Del resto siamo all'ultima settimana di lezione, periodo dell'anno strano, in cui i docenti sognano vacanze che, in realtà, non sono così imminenti.

Periodo dell'anno strano.
In cui si scrive un sacco, ma per lo più relazioni.
In cui si guardano gli studenti, magari quelli che per tutto l'anno hanno scatenato, diciamo, sentimenti non così positivi e di colpo li vedi piccoli, ma cresciutissimi rispetto al primo giorno. Di colpo non pensi più a tutte le volte che avresti voluto ammazzarli, ma a tutti i piccoli progressi che hanno fatto.
In cui si inizia a percepire una sensazione di fine, che in realtà non è così imminente (sfatiamo il mito, in realtà radicato anche nel subconscio dell'insegnante, che si vada in vacanza insieme agli alunni). Questa è diversa, per me, questa volta. Questo è il mio primo anno da prof stabilizzata, se prima mi prendeva l'ansia da "chissà dove sarò l'anno prossimo, che ne sarà di me?", quest'anno è più "e i colleghi ancora precari? Torneranno?"

Fine dell'anno scolastico, periodo strano, di un anno strano.
In cui mi sono costruita i miei spazi in una scuola in cui per la prima volta non mi sento precaria. Per "costruita i miei spazi" intendo le mie piccole routine salvavita. Trovare il panettiere dove comprare il pane, il bar dove bere il caffè vicino alla scuola e quello più defilato. La passeggiata corta da "sono arrivata dieci minuti prima" e quella lunga da "non mi conviene tornare a casa per un'ora". Perché comunque, come ho fatto dire a un mio personaggio nel corso della scrittura privata, sono e rimango una creatura solitaria, non molto trattabile. Ho bisogno di spazi e silenzi. Ho scoperto che in cinque minuti netti dalla scuola sono comunque in riva al lago (esattamente nel punto dove ho scattato la foto alla pupattola) e che in inverno in riva al lago non ci va nessuno. Già lo sapevo, perché si trova in un paese dove ho bazzicato a lungo in diversi vesti professionali, che la scuola si trova in un posto che posso amare. Sembra una sciocchezza ma io ho bisogno di questo contatto fisico con il paesaggio, amare l'aria che respiro, guardare fuori dalla finestra e vedere qualcosa a cui sento di voler bene. Per certi versi questo rapporto con la terra che abito conta più di quello con le persone. Posso ignorare una persona, ma non un paesaggio.

Grazie al cielo non ho avuto bisogno di ignorare nessuno. Sono oppressa, in questi giorni, da una inevitabile voglia di far niente. Stare ferma e fissare il vuoto, ascoltando pigramente storie che i miei personaggi mi sussurrano all'orecchio, senza per altro neppure promettere loro che le scriverò. Ma non ho quella stanchezza disperata di certe fini anno scolastico o quel senso di "che finisca tutto prima che faccia una strage". Sono stata bene, con gli alunni e con i colleghi. Ho ancora idea di star dimenticando o di aver dimenticato qualcosa di importante, ma se c'è una cosa di cui sono grata a tutti è stata l'enorme pazienza dimostrata verso di me nei giorni in cui non sapevo da che parte ero girata.

Un anno strano. Il mio primo da mamma lavoratrice. Con equilibri ancora tutti da scoprire.
Una mamma lavoratrice fortunata che ha trovato per puro caso un posto in un asilo nido aziendale a due passi dalla scuola. Ora non so cosa farà questo nuovo governo (se farà, se durerà) per le famiglie. Però, ecco, l'asilo nido e un buon asilo nido cambia tutto.
Con un buon asilo nido la pupattola entra di corsa e saluta mamma sorridendo, anche alle 7.30 del mattino, se necessario. Così mamma va al lavoro tranquilla, sapendo che la pupattola è seguita, senza sensi di colpa, senza sovraccaricare i nonni.
E la pupattola cresce sveglia, pronta e chiacchierina (a volte persino troppo sveglia e pronta), con già due amichette del cuore a neppure due anni.
Certo, la pupattola si ammala anche. Per fortuna meno di altri pupattoli. Ma quanto ho odiato la tosse durante quest'anno scolastico. La tosse, ho scoperto, è una maledizione infantile da cui non c'è rimedio. Avere un marito farmacista uccide ogni speranza. Pare che un bimbo possa avere fino a 8 episodi di tosse, da considerarsi in realtà non preoccupante e per certi versi fisiologica, che durano fino a due settimane l'una. Fate un po' voi. Nessuno degli svariati preparati in commercio, dalla bava di lumaca all'estratto di non so più cosa, si è mostrato più efficace del placebo nelle ricerche scientifiche. Funziona un po' meglio il miele, poi però le senti dai dentisti. E quindi tosse. E con la tosse non si dorme (nessuno) e dopo un po' con la tosse si vomita. Sopratutto di notte o quando mamma è andata a farsi la doccia. E quindi il giorno dopo si è uno zombi. Che poi fosse solo il giorno dopo. 8 episodi ciascuno da due settimane. Ecco, diciamo che siamo stati in media.
Credo di aver trascorso in uno stato di coma tutto gennaio e febbraio. Faccio proprio fatica a ricordarli, se non con un senso di stanchezza infinita che poi si trasformava in irritabilità molesta.
Il marito non mi ha lasciato, i colleghi non mi hanno denunciato e gli alunni paiono comunque sopportarmi bene. Direi che è un grande risultato, viste le premesse.

Però adesso ho proprio bisogno di estate.