lunedì 30 dicembre 2013

Correndo verso il 2014


Come i protagonisti della campagna di Gioco di Ruolo sono in fuga dal fuoco del drago (magistralmente costruito in carta da uno dei giocatori), ormai i giorni corrono verso il 2014.
Strano anno questo 2013, denso come zuppa, faticoso come pochi. Strano anno anche quello che attendo, non senza un certo timore.
Ci sono stati giorni di questo 2013 che sinceramente avrei anche evitato, ma è l'anno del mio primo romanzo e quello in cui sono diventata zia.
Riguardando indietro, nessuna sorpresa a essere arrivata esausta alla fine, il 2013 è stato oggettivamente un anno in cui ho fatto moltissime cose, forse troppe per dedicare a tutte la giusta attenzione.
Di certo nel 2013 ho scritto tanto, come mai avevo fatto prima e come dubito di poter fare in futuro. Ho scritto una manciata di racconti e due romanzi.
Sherlock Holmes e il mistero dell'uomo meccanico (titolo quanto meno provvisorio) dovrebbe vedere la luce a ottobre. Avrò modo, se tutto andrà bene, di parlarne diffusamente nei prossimi mesi. Di certo per me scriverlo è stato, come per i suoi protagonisti "principalmente una questione d'onore" e spero davvero di essere riuscita nel mio intento.
L'altro, "una storia piena di struzzi" (no, il titolo non sarà questo, spero) l'ho finito... Ieri. Troppo presto per tentare qualsiasi bilancio, solo la soddisfazione sfinita di essere arrivata alla parola fine. Ne sarà quel che ne dovrà essere, suppongo.

Pensando al 2013 mi verrebbe da dire che è stato un anno in cui non ho avuto tempo per leggere. In effetti è stato un anno in cui ho letto meno di quanto avrei voluto, ma, a conti fatti, dovrei comunque essermi divorata tra i trenta e i quaranta libri, che non sono poi così pochi. Per vari motivi non ho parlato di tutti nel blog. Difficile scegliere quali mi abbiano colpito di più, ma credo che sul podio possa mettere:

1 - Dritto al cuore di E. Bucciarelli
Un giallo di cui ho quasi dimenticato la parte gialla, ma tutto il resto, davvero, è arrivato Dritto al Cuore.

2 - Le ultime gocce di vino di M. Renault
Un libro non perfetto, ma comunque il miglior romanzo storico ambientato nell'Antica Grecia che abbia mai letto. 

3 - L'estate della paura di D. Simmons
Chissà perché non gli ho dedicato neppure un post... Un libro strano, un po' horror, un po' romanzo di formazione, un'estate di fine infanzia che rimane scolpita nella mente del lettore.

Anche di film ne ho visti meno del previsto, recuperando qualcosa in DVD e perdendone altri. Il mio podio (indipendente dall'anno di uscita dei film), più facile da definire di quello dei libri, è questo:

Rivisto di recente, si prende il gradino più alto del podio con orgoglio e sicurezza. Un film così strampalato da risultare alla fine perfetto. Una delle più belle storie d'amore adolescenziale che mi sia capitato di vedere.

2 - Rush
Un film che ho amato anche se non ho alcun interesse per la formula1 a dimostrazione che una buona pellicola può portarti dentro a qualsiasi storia

Io l'ho recuperato nel 2013, chi non l'ha visto lo recuperi al più presto. Forse un film anche migliore dei precedenti, anche se a livello emotivo lo relego al terzo posto. Da vedere.

Buon inizio 2014 a tutti!!!

venerdì 27 dicembre 2013

Visioni - Lo Hobbit, La desolazione di Smaug


Sono giorni che la connessione internet va e viene, oggi sembra stabile, quindi cerco di approfittarne.

Molto D&D, poca Terra di Mezzo. Ai non amanti di fantasy la differenza sembrerà minima, ma per i cultori della materia è fondamentale. Tanto l'ambientazione di Tolkien è malinconica, minimalista, con magia ridotta al minimo e azioni plausibili, tanto quella del gioco di ruolo è fracassona, divertente e a volte eccessiva, così come questo film.
I combattimenti sono la fiera dell'improbabilità, elfi e nani si possono innamorare e le psicologie e i conflitti hanno spessori impalpabili, ma almeno ci si diverte.
Al contrario che col primo film non c'è nulla di inguardabile, niente slitta trainata da lepri, e anche i personaggi creati ex novo non sono disturbanti. Tauriel è un'elfa plausibile (in D&D, ovviamente) e Bard come padre di famiglia non mi è dispiaciuto. L'unica cosa che proprio non mi è andata giù è l'uso sportivo dell'Athelas, finita, letteralmente, in mano a cani e porci.
Fatta tacere la tolkeniana che è in me, insomma, la visione mi ha divertito, il regista sembra non aver perso del tutto il proprio talento visivo, anche se si affida più alla computer grafica che alle meraviglie della Nuova Zelanda. Il tutto ha il tocco non spiacevole di una storia per bambini, cosa che in fondo corrisponde anche allo spirito del libro, e chiaroscuri e drammi sono tutti rimandati alla terza pellicola.
Il drago, poi, risulta giustamente maestoso e il doppiaggio italiano ha evitato il temuto (almeno da me) "effetto Sherlock" ("È così che sono sopravvissuto alla Caduta, John, so volare...").
Lo Hobbit, La Desolazione di Smaug è un film leggero e godibile, da vedere durante le feste con i bambini, senza aspettarsi troppo.
Voto: 7

PS CON ANTICIPAZIONI: il "Premio Prometheus" per l'azione più stupida vista nel film va assegnato senza dubbio al complicato piano di Thorin per sconfiggere Smaug, che neppure il peggior Lorcan sotto effetto di alcool e droga insieme avrebbe ideato (per i frequentatori saltuari, Lorcan è il ladro incline alle dipendenze del mio gruppo di D&D). Evidentemente Thorin era l'unico a non essersi accorto di essere scivolato, appunto, dalla Terra di Mezzo a D&D, dove anche i bambini sanno che annegare un drago rosso nell'oro fuso non può essere una buona idea...

domenica 22 dicembre 2013

Buon Natale a tutti


Vi lascio con un'altra foto del mio lago in inverno e tanti auguri di Natale.

Internet va e viene, ho un romanzo da finire, uno di cui concludere il contratto, tanti saluti da fare, auguri e regali da consegnare, un nuovo ruolo di zia da imparare... Immaginandovi impegnati almeno quanto me, ci si torna a leggere dopo il 25, quando saremo tutti più calmi e più satolli.

Per chi volesse, ho recuperato un altro dei miei racconti "liberi nella rete", un racconto di Natale decisamente nero (è necessario sottolineare che personaggi e luoghi sono assolutamente di fantasia, non c'è alcun riferimento reale).

Per chi volesse, è il mio regalo:


TANTI CARI AUGURI A TUTTI

giovedì 19 dicembre 2013

Il mio Sherlock Holmes ha trovato casa


Strana giornata quella di ieri.
Iniziata con un duplice prelievo. Prima di sangue e poi finanziario quando ho visto a quanto ammontava il ticket. Non sono svenuta per la siringa, ma ho rischiato sul secondo.
Telefonata per capire il destino del thriller ambientato nella Roma antica. Ho capito che non l'abbiamo capito, ma che le speranze ancora non sono morte. 
Vado a scuola, ho dimenticato il portafoglio, non trovo il registro, però ho il cellulare e sul cellulare c'è una mail: la situazione del mio apocrifo sherlockiano è stata definita, abbiamo una data d'uscita: ottobre 2014.

Ora, i libri sono peggio dei gatti e non puoi nominarli finché non sono nel sacco o in libreria, ma posso dire che sono felicissima.

Perché la casa editrice che se ne occupa non sta cavalcando l'onda del rinnovato successo del personaggio, ma se n'è occupata con costanza e competenza, direi con amore, sin dalla sua nascita. Perché è una casa editrice di romanzi di genere che per la mia generazione è ed è stata fondamentale. Pubblica anche la Le Guin! 

E poi c'è la storia. Io adoro questa storia, per mille motivi.
Perché non è sono una storia di Sherlock Holmes. È un romanzo storico a tutto tondo che racconta di un personaggio reale che pochissimi conoscono e a cui invece dovrebbero essere intitolate vie e piazze. Questa storia mi è caduta in mano come un dono, in una sera d'inverno e ho pensato subito che era un mio dovere morale scriverci su e farla conoscere. Poco dopo ho saputo che Sherlock Holmes aveva bisogno di nuovi casi e allora è stato naturale per me chiedere a lui di indagare su questa storia triste e meravigliosa e che, forse, insieme, saremmo riusciti a raccontarla.
Perché adoro Sherlock Holmes. Lo adoro in molte forme, ma l'originale, bipolare più che sociopatico, geniale, sarcastico e ottocentesco è il migliore.
Perché adoro il dottor J.H Watson che non è affatto il tontolone cicciottello con i baffi che alcuni ancora immaginano.
Perché volevo scrivere la storia della nascita di un'amicizia che non avesse a che fare con bambini o adolescenti e questa era un'occasione imperdibile per farlo.
Perché scrivere di Sherlock Holmes mi fa stare bene. La stesura di questa storia mi ha fatto compagnia lungo mesi difficili e mi ha aiutato a superarli e quindi provo grande gratitudine nei confronti di questa storia e spero davvero che come ha fatto star bene me possa far star bene anche i lettori.

La strada per la libreria è ancora lunga, ma spero davvero che vada tutto per il meglio.

Devo scappare.
Vi lascio con la rassegna stampa relativa all'antologia Il carnevale dell'uomo cervo che contiene due miei racconti.
Un grazie davvero a tutti coloro che hanno dedicato attenzione all'antologia e ai miei racconti in particolare. C'è anche chi mi vedrebbe bene come autrice di romance, cosa che mi ha fatto piacere, ma anche un po' sorridere, vista la mia predisposizione ad ammazzare gente (sulla carta). Sono felice, però, che anche il mio lato più dolce sia stato apprezzato

lunedì 16 dicembre 2013

Scrittevolezze - Dialogando


Finora le mie "scrittevolezze" non sono andate molto nel tecnico, perché, secondo me, ormai in rete ci ci sono millemila siti che propongono risorse e lezioni di scrittura creativa in modo molto più chiaro e sistematico di quanto potrei fare io. Tuttavia ho deciso di aggiungere anche la mia personale visione su alcune questioni base delle scrittura, diciamo delle "teorie avanzate" da tenere presente, se si vuole, oltre alle lezioni base. Ritornando all'esempio di ieri di scrittura e arti marziali, ci sono tecniche base che un po' tutti i praticanti devono conoscere e poi delle tecniche che variano da stile a stile, anche da praticante a praticante e che possono essere applicate oppure non a seconda delle necessità. Conoscerle, comunque non fa male a nessuno.
Partiamo dal DIALOGO
Quindi, in qualsiasi buon blog o sito di scrittura (Anima di Carta, tanto per citarne uno linkato a lato) trovate cose imprescindibili sul dialogo, a cui mi sento di aggiungere qualcosina in più di puramente personale e asistematico.

Il dialogo è un costrutto artificiale e non naturalistico
Questo, credo, è l'assunto base per scrivere un buon dialogo. Un dialogo serve a narrare qualcosa, a portare avanti la storia e quindi è un momento funzionale della narrazione. Non può e non deve essere la riproduzione naturalistica di un vero dialogo. Questo per vari motivi. 
- Quando parliamo molto spesso, di fatto, se fossimo in una storia, perderemmo tempo. Spessissimo non acquisiamo nuove informazioni, non cambiamo idea o stato mentale, ci limitiamo a rafforzare i nostri rapporti sociali o a scambiarci notizie contingenti (tipo: cosa preparo per cena) di cui a un esterno non potrebbe importar di meno.
- Quando parliamo usiamo moltissimo il linguaggio non verbale, diamo per scontate informazioni pregresse, ci interrompiamo, maltrattiamo la grammatica. Quando parliamo davvero il nostro unico scopo e capirci tra noi che partecipiamo alla discussione, non rendere tale discussione comprensibile a un esterno.
In una storia il lettore deve capire cosa i personaggi dicono, chi sta parlando e il dialogo deve portare avanti la vicenda. Quindi al diavolo il naturalismo, che non esiste neppure nella letteratura verista. Le domande base che da autore dobbiamo porci sono:
- Il lettore capisce chi sta parlando?
- Il lettore capisce di cosa si sta parlando?
- Il lettore acquisisce le nuove informazioni che gli stiamo dando?
- Il lettore si sta annoiando?
Ovviamente il risultato che dobbiamo ottenere sono tre sì e un no. Quindi per il primo sì dobbiamo avere ogni personaggio caratterizzato anche in un suo modo di parlare (che dipenderà dal suo modo interiore, dal suo vissuto etc, etc). Per il secondo dobbiamo e il terzo dobbiamo avere dei passaggi chiari  e non didascalici di informazioni, se non cadiamo nella noia. Se una o più battute del nostro dialogo si possono tagliare e il lettore non si perde, allora sono superflue e devono essere tagliate.

Il lettore non va imboccato
Questa è una mia convinzione personale su cui si può essere d'accordo o meno. Secondo me un dialogo è tanto più efficace quando più è secco. Emozioni dei personaggi, toni di voce, cambiamenti di tensione sono tanto più forti, quanto più il lettore li avverte dalle parole dei personaggi. Se l'autore è costretto a segnalarli (es: – Sei davvero tu? – domandò con sorpresa) sta già fallendo nel suo intento. Nella mia testa i dialoghi ideali sono quelli dove l'autore interviene solo il minimo indispensabile per far capire chi sta parlando. Tutto il resto deve trasparire dalle parole dei personaggi.

Il dialogo è come una scala
Il dialogo porta avanti la storia. Quindi dall'inizio alla fine del dialogo deve avvenire un, magari minimo, cambiamento nei personaggi (interiore, di stato d'animo, di consapevolezza). Possiamo dire che i personaggi, o almeno il personaggio principale, dall'inizio alla fine del dialogo si sposta da A a B. Idealmente ogni battuta è un passo o uno scalino di questo spostamento. A ogni battuta deve cambiare qualcosa, nel tono, nella tensione, nello stato d'animo nel personaggio. Se questo non avviene, quella battuta è inutile e può essere tagliata. Potete immaginarlo come una scala o come una partita a tennis in cui a ogni colpo il giocatore cambia assetto e posizione. 
L'idea del tennis è anche utile per visualizzare il concetto che, in una narrazione, ogni dialogo è una partita. I personaggi parlano per ottenere qualcosa (informazioni, chiarimenti, conferma, affetto...) e quindi davvero, ogni loro battuta, è come il colpo del tennista volto a ottenere la vittoria.
I dialoghi non sono "momenti morti", anzi, spesso sono il cuore emotivo delle storie, il momento dello scontro di personalità. Più si sente la tensione dello scontro nelle parole dei personaggi e più il dialogo funziona.

Qualche buon dialogo
Colline come elefanti bianchi di Hemingway.
Probabilmente il dialogo più famoso della storia della letteratura. Due personaggi aspettano un treno e parlano. Non accade nient'altro, l'autore interviene pochissimo. Eppure il lettore rimane avvinto alla pagina.

Le avventure di Sherlock Holmes di Doyle.
Lo ripeto da sempre, l'abilità di Doyle è quasi tutta nel dialogo. Lasciate perdere gli spiegoni finali dei racconti e vi renderete conto che Sherlock Holmes è delineato con poche descrizioni e poi dal dialogo, che è quasi sempre secco e fulminante. Noi non sappiamo mai o quasi con quale tono Sherlock Holmes parli ed è per questo che il personaggio funziona.

... E uno pessimo
Mi piange il cuore a dirlo, perché stiamo parlando di un romanzo per me essenziale, ma uno dei peggiori dialoghi è il capitolo Il consiglio di Elrond de Il signore degli anelli. Una marea di informazioni di cui il lettore sul momento non capisce l'utilità. Battute lunghissime di personaggi mai incontrati prima. A un certo punto sfido chiunque a ricordarsi chi sta parlando in quel momento e a riassumere quanto detto prima. Eppure è un dialogo molto naturalistico. Io credo che a una conferenza internazionale (perché di questo si tratta in fin dei conti) si parli più o meno così. Ma narrativamente non funziona.
Poi, per carità, è anche la dimostrazione che una grande storia sopravvive a un pessimo dialogo, anzi, la ricchezza di quel capitolo viene apprezzata in una seconda (o terza o quarta) lettura. Ma quasi nessuno vi dirà che Il consiglio di Elrond è il suo capitolo preferito all'interno de Il signore degli anelli

Voi cosa ne pensate? Come fate dialogare i vostri personaggi?

domenica 15 dicembre 2013

Scrittevolezze - La scrittura e le arti marziali


Ancora in quarantena da raffreddore, saltato per ovvi motivi il post "Visioni - Lo Hobbit", in compagnia di virus piuttosto affettuosi che vogliono starmi tutti vicini vicini, mentre il Nik sente la necessità di informarmi che i poliziotti londinesi non hanno licenza di uccidere, ma di mordere (non chiedetemi dove l'abbia letto), cerco di buttar giù un ragionamento scrittevole che, già dal titolo, minaccia di non essere troppo coerente.

Si parlava l'altra sera di arti marziali e di come un buon praticante applichi d'istinto, senza starci a pensare, tecniche apprese in anni e anni di studio. L'effetto, negli scontri d'alto livello, è di straordinaria fluidità, tutto accade velocemente e ci si chiede come, in una frazione di secondo, si possa scegliere una tecnica invece di un'altra. La verità è che non si sceglie, corpo e mente sono ormai talmente abituate all'esercizio quotidiano, che non si pensa più alla tecnica, ma solo al risultato che si vuole ottenere. Ne va da sé che questo livello non lo si raggiunge in pochi giorni, né in pochi mesi e neppure in pochi anni.
Il Nik mi racconta di come molti inizino pieni di entusiasmo e poi abbandonano quando dopo mesi di pratica sono ancora anni luce dall'essere karate kid, ancora in imbarazzo con concetti in apparenza banali come quelli di respiro e equilibrio. Eppure il maestro pare che si muova con grazia istintiva, per puro talento...
Io non penso che per la scrittura sia molto diverso. 
Per storia personale e forma mentis ho un approccio molto tecnico alla scrittura e non credo alla scrittura "di getto". Però penso che si debba diventare come i maestri di arti marziali, talmente padroni dei propri mezzi che quando ci si siede a scrivere sul serio non si deve stare concentrati su come di descrive un personaggio, sul mostrare e non raccontare, su come si faccia un dialogo, sul ritmo, ma solo sul risultato che si vuole ottenere. Il risultato è che il brano sembra essere scritto di getto, per pura ispirazione. Ma questa è un'illusione, proprio come quella che fa sembrare i maestri di arti marziali in possesso di riflessi sovrumani.
La verità, temo, è che per arrivare a questo livello bisogna provare e riprovare. Leggere mille volte i propri autori preferiti chiedendosi perché i loro testi funzionano. Provare fino alla nausea a scrivere dialoghi, situazioni e scene e personaggi. Esattamente come un qualsiasi praticante di una qualsiasi arte marziale prova e riporova i movimenti fino alla nausea, fino a che gli entrano fin nel DNA e non ha più bisogno di pensarli per eseguirli al momento giusto.
Sempre il Nik dice che il problema della scrittura, oggi, è l'apparente facilità. È l'arte espressiva più economica da praticare e tutti ritengono di possederne i rudimenti. Il Nik dice anche che tutti credono di sapere come respirare e mantenere l'equilibrio e che nelle arti marziali i primi mesi di pratica servono proprio a far vedere loro che non è così. 

Quindi, temo che la verità a cui dobbiamo abituarci è che nessuno o quasi può scrivere un romanzo di getto al primo colpo (almeno non un romanzo che non vada rivoltato come un calzino in fase di editing). Prima bisogna passare un infinità di tempo a "dare e togliere la cera".

Vi segnalo un blog che mi sembra contenere parecchio buon senso letterario: officina Masterpiece (anche per chi, come me, non segue Masterpiece).

Adesso non mi resta che risolvere un ultimo piccolo problema: domani, prima di andare a fare lezioni ai miei alunni, dovrei presentare il romanzo a quelli del mio vecchio liceo. Al momento sono quasi afona...

venerdì 13 dicembre 2013

X-Factor e la proprietà di linguaggio


Sono a casa con la febbre, un virus cattivo ma veloce, ha detto la dottoressa, cioè mio ospite giusto per il fine settimana (un fine settimana, tra l'altro su cui avevo riposto tante speranze e cose da fare) per cui concedetemi un post meno letterario, scritto col favore della tachipirina e in sottofondo la finale in differita.

Ho iniziato a guardare X Factor per la pura necessità di mettere il cervello in vacanza almeno una sera alla settimana, dato che di solito anche i miei hobby tendono ad essere piuttosto nerd. Però devo dire che quest'edizione mi è proprio piaciuta e per motivi non prettamente musicali: c'è gente in tv che sa usare il congiuntivo.
Morgan è sicuramente un uomo complicato e a tratti insopportabile, ma trasuda musica e letteratura. Elio spande intelligenza e professionalità tutto intorno a sé. Mika a volte mi chiedo se sia daltonico, traballa sulle pronunce, ma ha una proprietà linguistica in italiano che molti nostri concittadini si sognano (e se deve fare un complimento dice "è intelligente", caratteristica quanto meno sottovaluta qua da noi). La Ventura non mi entusiasma, ma sembra comunque usare più delle 300 parole del linguaggio televisivo standard. E poi ci sono questi concorrenti neppure ventenni che, ogni tanto (mica sempre, che poi gli spettatori si spaventano) si lasciano scappare un congiuntivo al posto giusto. E da prof io sono già presa all'amo.
Va beh, oggi mi accontento di poco. Sarà lo spirito natalizio. O il paracetamolo.