giovedì 29 giugno 2017

Là, dove le nostre storie (forse) sono

La mia conoscenza di matematica è basica e il mio prof di fisica era notoriamente un imbecille ("è stato messo al classico così ha poche ore e non fa danni"), eppure la fisica avanzata mi affascina. Non riesco fino in fondo a seguire le formule, le capisco a malapena se spiegate passo a passo, ma mi affascina l'infinitamente piccolo e il mondo delle particelle subatomiche. Non mi perdo mai gli articoli a riguardo su Le Scienze, anche se spesso devo limitarmi a introduzione e conclusioni perché la parte dimostrativa è davvero oltre le mie possibilità. 
L'infinitamente grande lo mastico ancora meno, ma guardo volentieri i documentari divulgativi anche se le varie teorie su come funzioni l'universo e cosa ci sia oltre, raccontate senza quella solida base di calcoli e osservazioni sperimentali, sembrano tutte un po' strampalate, più dalla parte della filosofia che della scienza.

C'è chi dice che gli universi siano infiniti. Non ho idea se questa teoria abbia basi più solide di altre né se le nostre menti siano davvero in grado di comprenderla. 
Infiniti.
Vuol dire, però, che ogni possibilità è contemplata.
C'è un universo in cui è tutto esattamente così com'è qui, solo che il mio gatto è tutto nero invece che bianco e nero, un universo in cui è tutto come qui tranne che gli alberi hanno le foglie azzurre e un universo in cui le nostre storie esistono esattamente come le abbiamo pensate.
Se sono infiniti è necessariamente vero, suppongo, se la logica non mi inganna, che ci sia un universo in cui le cose vanno esattamente come noi le abbiamo scritte.

Personalmente, e consapevole che la mia opinione conta meno di nulla, non sono entusiasta della teoria degli universi infiniti. 
Tuttavia voi non avete mai l'impressione che la storia che scrivete esiste già, tutta intera, da qualche parte?
La mia impressione soggettiva non è quella di inventare, decidere e pianificare una storia, anche se poi nella prassi mi metto lì e pianifico, ma di focalizzare sempre meglio qualcosa che già c'è. 
Ad esempio i miei personaggi nascono sempre già con un nome. Come se io li incontrassi per la prima volta per strada e facessimo le presentazioni. È ovvio che in quel momento non so quasi niente di loro, ma scopro in contemporanea il loro aspetto, il loro nome e qualcosa del loro modo di fare. Se devo ragionare su come chiamare un personaggio, o è un personaggio davvero di nessuna importanza, una comparsa da tre battute o c'è qualcosa che non va nella storia.

Immagino che questa sensazione sia dovuta anche al fatto che ho degli universi narrativi ricorrenti. Ho le mie storie di Sherlock Holmes, che sono coerenti tra di loro e raccontano del mio Holmes e del mio Watson (del resto se gli universi sono infiniti, infinite sono anche le varianti di Sherlock Holmes e sicuramente esiste anche la mia).
Ho le mie storie gialle, più o meno ambientate nel qui e ora e comunicanti tra loro (anche se avendole pubblicate a pezzi e bocconi, un racconto qui e uno là, questa interconessione interna di fatto non si vede).
Ho un corpus di storie ambientate in epoca romana, il più piccolo e trascurato, ma magari un giorno lo riprenderò in mano.
Ho il mio mondo fantasy.
I racconti del tutto indipendenti a ben vedere sono minoritari, mentre quasi sempre mi muovo all'interno di un universo narrativo che ho già calpestato in precedenza.
Così mi capita spesso di osservare (e scrivere) qualcosa che è in apparenza una contraddizione o una nota incongrua. Poi ci torno su, magari anni dopo e mi rendo conto che invece aveva perfettamente senso. Come, se, appunto, vedessi meglio qualcosa che già era così fin dall'inizio.

Ho appena finito di scrivere un racconto del mio universo fantasy che era in lista d'attesa da anni (ne ho ancora uno in quella lista d'attesa, poi avrò scritto tutto quello che mi ero promessa di scrivere anni e anni fa) ed è, tra le altre cose, la storia di una spada.
La prima volta che ho visualizzato un personaggio di quell'universo narrativo aveva in mano una spada che non avrebbe dovuto avere. Perché aveva uno zaffiro nell'elsa, cosa che la connotava come una spada dinastica, eppure lui non era un membro della famiglia reale né aveva ricevuto quella spada dalle mani del sovrano (che tuttavia sapeva che era in suo possesso e non diceva nulla). Ho scritto un intero romanzo, anni fa, con per protagonista un personaggio che ha in mano una spada che a logica non dovrebbe avere.
È stato solo dopo che ho capito (scoperto? inventato?) il perché. Non era per nulla un caso, quella era la spada del sovrano precedente e c'era tutta una serie di motivi perché non fosse finita nelle mani del suo legittimo erede, che invece ne usava un'altra (la cui storia è finita nel racconto appena terminato). 
Più o meno la stessa cosa mi è capitata con lo Stradivari del mio Sherlock Holmes (prima o poi verrà pubblicata la storia in cui si racconta come è arrivato nelle mani di Sherlock) e con il povero di bulldog di Watson, che non ho potuto salvare, perché, guardando bene, era come se la sua storia fosse già stata scritta.

Razionalmente posso dire che probabilmente alla base di queste incongruenze ci sono delle intuizioni narrative che poi, ragionandoci su, finisco per dipanare, trovando un modo per far incastrare gli eventi narrati l'uno nell'altro. Tuttavia mi rimane anche forte l'impressione di avere uno spiraglio verso un mondo in cui queste storie esistono, bisogna solo avere la pazienza di osservare bene ed essere capaci di raccontarle nella giusta maniera.

Non mi piace l'idea che gli universi siano infiniti. Ma, se è così, allora le nostre storie, da qualche parte, esistono. E noi dobbiamo sono mantenere questa sorta di connessione con l'altrove e osservare bene per poi raccontarle a dovere. Ecco, questo è un pensiero che mi spiace già di meno.

Voi non avete mai questa sensazione?

19 commenti:

  1. Conosco bene la sensazione di cui parli, anzi come saprai è diffusissima fra gli scrittori.
    E non è una sensazione vaga o una suggestione, come quando mi sembra di essere osservato o penso che tirando un dado farò un buon punteggio.
    È una sensazione potente, viscerale, come i sentimenti più vivi che proviamo.

    A me non capita coi nomi, con cui ho sempre poca dimestichezza, ma -per fare un esempio fra tanti- non sono in grado di alterare certi avvenimenti che descrivo senza avere la netta sensazione di raccontare una menzogna; un po' come immagino ti sia successo col cane di Watons.

    Ora, causa incompetenza, non mi metterò a pontificare su universi paralleli.
    Penso però che non sia una spiegazione soddisfacente per il fenomeno della scrittura creativa.
    L'infinito a volte può essere un numero limitante.

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    1. Figurati se io posso pontificare su universi paralleli! Nemmeno mi entusiasma come ipotesi. Preferirei la musa che mi sussurra all'orecchio, ma non mi è mai capitato di vederla...

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  2. Intanto anch'io sono affascinata dalla fisica. In questo periodo sto seguendo la serie televisiva "Genius." e me ne sono letteralmente innamorata. Invidio chi sa applicare la matematica alla fisica, per fare un esempio. Il fatto che siamo affascinate da questi mondi ma siamo insegnanti di Lettere la dice lunga: secondo me non abbiamo avuto gli insegnanti giusti a suo tempo. Ma non lo sapremo mai.
    Quanto ai mondi finiti o infiniti, e all'applicazione di questi principi alla scrittura, idem, anch'io ho la sensazione di essere un tramite che racconta storie già esistenti che devono essere svelate.
    Sarà il pensiero che porta a tutto questo, sarà che si dedica troppo tempo alla riflessione, siamo fatte così. :)

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    1. In realtà i miei prof di matematiche e scienze erano ottimi, solo quello di fisica era terribile, delle sue lezioni ricordo solo le partite a forza quattro fatte sotto il banco...
      Studiando archeologia ho fatto un percorso multifacoltà, con delle puntate a scienze naturali, ricordo ancora con terrore un esame sulla chimica della formazione dei suoli...
      Quanto a Genius lo sto guardando anch'io, così come finisco per guardare tutti i film su scienziati/matematici e affini. Sono comunque convinta che essere letterate creative sia più divertente ;)

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  3. Mai studiato fisica, a parte credo qualche nozioncina tipo alle medie in scienze. Però trovo molto vero ciò che dici circa le storie già presenti. Come l'esempio che fai sui nomi dei personaggi. Dio mio: Cesare è Cesare, mai pensato a un altro nome, lo stesso dicasi per molti, diciamo quasi tutti, i miei personaggi, nascono così, perché forse proprio come dici tu non nascono, ma li prendiamo da un altro altrove e li mettiamo sulla pagina bianca. Sandra

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  4. Foglie azzurre, dici.
    Le foglie sono verdi perché il sole ha una temperatura superficiale al calor bianco mentre l'atmosfera terrestre colora il cielo di blu, per effetto dello scattering di Rayleigh (pronunciato /ˈreɪli/): ciò rende energeticamente efficaci clorofille che riflettono il verde e assorbono la restante porzione di radiazione.
    Per avere le foglie azzurre (ma più probabilmente violacee) dovremmo trovarci forse su un mondo tipo Marte (le cui polveri colorano di rosso il cielo diurno e rendono blu albe e tramonti) oppure vicini a una stella molto più calda, che quindi emette luce in quello che per noi è l'ultravioletto.
    Le stelle, però, più sono calde più sono instabili: questo le rende meno adatte alla vita. Sarebbe meglio vivere vicino a una stella più fredda del sole: in questo caso, però, il colore delle foglie si abbasserebbe dal verde al rossastro fino a diventare (ai nostri occhi) nere, essendo il loro riflesso sceso nello spettro infrarosso.
    Uno dice "foglie azzurre" e si ritrova catapultato nella fantascienza, in orbita attorno a Sirio. :)

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    1. vera sta cosa, infatti pare che il cielo sia in realtà violetto. Sandra

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    2. È vero: il cielo è violetto ma l'occhio umano è più sensibile al blu e così finiamo per vederlo azzurro... ;)

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    3. In questo universo con queste leggi fisiche sicuramente, ma altrove...
      E chissà, magari c'è anche l'altrove di questa tua storia di fantascienza...
      E con questo ho prenotato la camera contenitiva al Santa Rosa! Hel, prepara la camicia di forza!

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  5. Lo dico con la tristezza nel cuore ma purtroppo non riesco più a concepire ipotesi di universi paralleli o multiversi. Come spunto narrativo mi è anche capitato di usarlo (anche se in modo un po' particolare) però non riesco a credere che che le mie storie esistano al di fuori di me. Ecco, diciamo che temo che l'unico universo esistente sia quello della nostra individualità.

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    1. Di certo la nostra individualità è l'unico universo che riusciamo ad esperire. E neppure lo esploriamo fino in fondo...

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  6. Anch'io ho sempre avuto la sensazione che le storie esistano già, ma non ho mai ricondotto la questione alla teoria sugli universi paralleli: preferisco rimanere focalizzata sui miei studi relativi alla memoria animica e all'ispirazione artistica.

    Ti suggerisco il saggio: "La fisica dell'anima" di Fabio Marchesi. Stando a quanto hai scritto, ti piacerà. :)

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    1. Guarda, è stato un pensiero fugace durante un documentario. Non posso dire di aver afferrato la spiegazione, ma quando ha detto "infiniti universi", beh, se sono infiniti allora c'è per forza anche quello che scrivo...

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  7. La sensazione c'è, come quando si sente il clic della storia che prende la sua via, e ti viene da dire: "ah, è così!", con quel senso di scoperta che sembra avere poco a che fare con l'inventare. La "connessione con l'altrove" mi piace molto. :)

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    1. Bello "connessione con l'altrove"!

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  8. Oltre agli infiniti universi mi pare anche plausibile l'infinita ripetizione della storia come la conosciamo. Angoscia pura!!

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    1. Quella sì, angoscia pura!

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    2. Però purtroppo statisticamente nel concetto di eternità rientra anche questa possibilità 😨

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