giovedì 13 settembre 2018

Romanzo, sceneggiatura, film


Un paio di settimane fa mi è capitato di vedere in rapida successione due film apparentemente diversissimi che hanno in comune, in realtà due elementi. Il film sono L'esorcista e Mission.
Le caratteristiche in comune sono che entrambi hanno nei gesuiti dei personaggi positivi (infatti ho commentato col marito che era "la settimana dello spottone gesuita") e di entrambi esiste un romanzo scritto dallo stesso autore della sceneggiatura del film.
Avevo letto e già parlato sul blog del romanzo L'esorcista qui.
Non conoscevo invece l'esistenza di un romanzo legato al film Mission, se non che, appena dopo averlo rivisto mi sono imbattuta in una bancarella di usati posta sotto la scuola in cui dovevo fare una riunione. La copertina con la faccia di Robert De Niro in costumi di scena e il titolo "La Missione" mi hanno lasciato pochi dubbi e ho investito quindi un euro per adottarlo. Ho scoperto così che l'autore del romanzo e lo sceneggiatore coincidono e che l'autore, Robert Bolt, ha collaborato in modo attivo al film, così come lo scrittore/sceneggiatore de L'esorcista.

Sono quindi due curiosi casi di studio, perché in entrambi i casi abbiamo due autori con una storia ben chiara in mente, a cui evidentemente tengono, ne curano la sceneggiatura e la affidano a un regista senza però rimanere del tutto tagliati fuori dalla produzione. Ci si aspetterebbe una trasposizioni cinematografica molto fedele e in effetti le cose che accadono sono più o meno quelle, ma il sapore del film è diverso.

L'esorcista è un film d'inquietudine e un romanzo di malinconia.
Ho molto apprezzato il film. Non me lo aspettavo. Non sono un'amante dell'horror sullo schermo, mi fa appunto orrore. Invece non l'ho trovato spaventoso o disgustoso, ma sottilmente disturbante, con delle scelte registiche e di fotografia meravigliose (l'uso della luce in primis).
Il film è la storia di una bambina che cambia personalità e viene posseduta dal demonio, di una madre in crisi e di un prete sconfitto che non sa che pesci pigliare.
Il romanzo è la storia di un prete in crisi che cerca disperatamente un senso per la propria vita e le proprie scelte, che viene interpellato da una donna disperata per via della misteriosa malattia della figlia.
Cambia il focus della storia.
Ho trovato il personaggio di padre Karras molto meno incisivo nel film di quanto non sia nel libro. Nel romanzo la storia è principalmente la sua. La sua morte (spoiler?) alla fine ha un sapore agrodolce. Non solo perché permette alla bambina di tornare se stessa, ma perché se esiste il demonio, allora esiste anche Dio e la sua vita ha avuto senso. La stessa morte, nello stesso modo, mi ha colpito assai meno nel film. È necessaria per la salvezza di Regan, è quello che ci sta a cuore. La morte di Karras nel romanzo mi ha commosso, nel film quasi mi è venuto da pensare "depresso com'era, meglio così..."
Anche la madre risulta parecchio sottotono rispetto alla sua corrispettiva cartacea. Per ovvie ragioni di tempo non viene approfondito il suo passato, il contrasto tra una vita apparentemente perfetta di attrice di successo e il dolore segreto per un figlio perduto.
Ci guadagna invece la piccola Regan che nel romanzo è importante solo per l'importanza che gli danno gli altri, ma non è quasi mai in scena da sola. Nel romanzo Regan è un enigma da risolvere, non qualcuno per cui tifare. Nella pellicola, invece, beh, non c'è nessuno che abbia visto il film che non ricordi Regan. Lei è il centro, dolce, inquietante e spaventosa, a seconda dei momenti.
La trama è identica eppure l'impressione è di avere a che fare con due storie diverse, ugualmente interessanti.

Anche per quanto riguarda Mission tra libro e film c'è un cambiamento di focus. Anzi, a ben vedere, anche se il rapporto tra le due opere è più stretto (l'autore fin dall'inizio ha lavorato alle due versioni, per il cinema e per la libreria) le differenze di trama sono maggiori.
Mission è un film che narra la storia di due uomini diversi, un commerciante di schiavi e un missionario le cui vite andranno a convergere fino a che entrambi moriranno insieme agli indios di una missione.
Mission è un romanzo che narra la storia di un giovane che diventa mercante di schiavi in sud America e poi cambia vita fino a morire insieme agli indios della missione fondata da un prete che ha contribuito a cambiargli la vita.
Nel film Mendoza, il commerciante di schiavi, e padre Gabriel, il gesuita, sono due protagonisti alla pari. Hanno all'incirca la stessa età. La storia inizia poco prima che Mendoza uccida il fratello e padre Gabriel, volendo, può diventare per lui un sostituto del fratello perduto. Per Gabriel Mendoza è solo un'altra pecorella che gli viene affidata da Dio.
Nel romanzo seguiamo le vicende di Mendoza da quando è ragazzino, scopriamo come diventi mercenario e commerciante di schiavi suo malgrado, per mantenere il fratello minore, ma siamo anche inquietati da tratti francamente da serial killer del suo carattere. Padre Gabriel entra in scena molto dopo ed è più anziano di Mendoza, al punto da vedere nel ormai ex mercenario il figlio che non ha mai avuto.
Il romanzo chiarisce la natura del legame speciale tra Mendoza e il fratello e per certi versi il dolore dell'uomo alla morte di quest'ultimo è ancora più lacerante, guardando il film è però evidente che questo pregresso era ben chiaro ad attori e regista. Non viene mostrato, ma, quando ne si conosce l'esistenza lo si intuisce negli sguardi e nelle azioni.
Padre Gabriel è meglio tratteggiato nel romanzo, in cui conosciamo la vicenda personale e vocazionale, tuttavia il personaggio risulta più incisivo nel film. Un attore può rendere memorabile un ruolo al di là di come è stato scritto, persino tradendo l'idea con cui era stato pensato.
Sia l'autore che il regista, secondo me, avevano ben chiaro in mente il rischio "mattone indigeribile" insito nella vicenda. La pellicola vira al lirico, si appoggia alle musiche di Morricone, alla fotografia, alle sequenze silenziose. Il romanzo al contrario scarnifica all'osso le parte descrittive, è un susseguirsi di scene d'azione (per lo più assenti nella pellicola) ha il sapore del romanzo d'avventura ottocentesco.

Quest'analisi rafforza la mia idea che sia impossibile e ingiusto giudicare un film alla luce del romanzo da cui è tratto. Anche nei casi in cui la sceneggiatura è scritta dallo stesso romanziere, il mezzo film e la mano del regista portano il focus altrove. Un attore azzeccato rende il proprio personaggio più forte di quanto non fosse stato pensato e catalizza su di sé l'attenzione dello spettatore. 
Ancora meno senso ha dire "il libro è sempre meglio". Il romanzo L'esorcista è stato una gradevolissima sorpresa che mi sento di consigliare. Il romanzo Mission è leggero e godibile, specie se piace il genere avventura, ma di sicuro non è un libro di spessore.
Mi riservo di cercare, se mi capiterà l'occasione, un romanzo il cui autore è poi diventato regista della trasposizione cinematografica per vedere se anche in quel caso vi è un inevitabile cambiamento di focus.

lunedì 10 settembre 2018

Inizio anno scolastico

...E si riprende il viaggio.
Mi verrebbe da continuare con i versi di una poesia di Ungaretti, ma non è ne allegra ne ben augurante.

Ho scelto invece una canzone e il video associato, che ho dedicato ai miei alunni.
La rigiro a voi, dedicata a tutti coloro che sono alle prese con un inizio o una ripartenza, in questo mondo che sembra a volte remare contro.


giovedì 6 settembre 2018

Cose che mi spaventano


Quest'estate, sopratutto nei momenti di stasi che il mio organismo mi ha imposto, ho degnato i social di più sguardi di quanti sarebbe, forse, sano indirizzarvici.
Perché i social altro non sono che la versione amplificata del bar di paese. E chi vive in paese lo sa che al bar si va per lamentarsi. Per dare la colpa di tutti i propri guai a qualcuno. Non è che necessariamente siano dei rancorosi quelli che tra un caffè e un bicchiere di bianco elevano le loro lamentele, spesso colorite. È che quello è il luogo per esprimere il peggio, non il meglio. Andate al bar dopo una partita di calcio e scoprirete subito tutto quello che non ha funzionato, con epiteti molto coloriti rivolti ad allenatori e giocatori. Andate in un bar di un piccolo paese e subito sarete informati di tutto ciò che non va e di tutte le magagne personali degli amministratori. Magari quegli stessi interlocutori sono fierissimi del posto in cui vivono e stimano le persone che denigrano, ma al bar, tra un caffè e una birra, si fa a gara a raccontarsi il peggio.
I social sono tutto ciò, ma amplificato. Il rancore, a volte l'odio che vi si respira non sono lo specchio esatto di chi ha postato quei contenuti. Il mondo reale, ne sono sicura, è ancora molto migliore di quello virtuale.
E tuttavia tutto questo rancore mi spaventa. Mi spaventa in modo indicibile.

Farò un solo esempio di una cosa piccola, che spero non vada a urtare troppe sensibilità, per spiegare il mio disagio.
A poche ore dal crollo del ponte Morandi a Genova, quando ancora il conto delle vittime era in aggiornamento ha iniziato a circolare su Fb un'immagine correlata da una scritta.
L'immagine era quella di un cane che veniva calato tra le macerie e la scritta era, con diverse varianti, "con che coraggio ora non lo farete entrare al ristorante".
Io, amante degli animali e dei cani in particolare, ne sono stata profondamente urtata, per diversi motivi.
– Si stavano ancora contando i morti. Una delle famiglie in quel momento disperse (poi trovati morti) veniva da un paese vicino al mio, erano persone note per cui si stava in pensiero. Chissà quanti altri erano in quelle condizioni di ansia e attesa. In quel momento di dolore pubblicare in bacheca non un messaggio di cordoglio, ma di accusa e neppure diretta verso i veri o presunti responsabili del disastro mi è sembrato oltremodo fuori luogo.
– Si gettava un'accusa, in un momento di dolore, verso una categoria, quelli che non vogliono i cani al ristorante, che non aveva davvero nulla a che fare con l'accaduto. A me i cani non danno alcun fastidio, ad alcuni sì. Magari queste persone possono essere sgradevoli, ma non avevano nulla a che fare con i morti di Genova. Il mio amico terrorizzato dai cani e che, pertanto, non ha piacere ad averne uno sotto il tavolo al ristorante non ha sabotato in alcun modo il ponte Morandi. Correlare due cose che non hanno alcun nesso tra loro è quanto meno un errore logico. Qui, però, all'errore si è unito lo sfruttamento a caldo di una tragedia.
– La foto riportata non era stata scattata a Genova e neppure in Italia. I cani tra le macerie del ponte Morandi c'erano davvero a cercare le persone, ma non sono diventati delle star social. Chissà, magari non erano belli come quello ritratto nell'immagine che circolava.

L'idea che una tragedia possa essere sfruttata, non mi viene parola migliore, per una campagna anche giusta, mi ha disgustato. Mi ha disgustato il tono della frase che non era "ricordiamoci di quanto ci aiutano i cani quando siamo in difficoltà", ma era di accusa. Un'accusa, ribadisco, rivolta a una categoria di persone che magari si può legittimamente trovare sgradevole, ma che è del tutto esterna a quanto accaduto.

Questo è un esempio piccolo. Potrei farne molti altri. 
Potrebbero essere reazioni legate all'arrivo dei migranti o al ferimento di svariate persone, tra cui una bambina, in un'estate in cui sparare o lanciare cose contro chi appare diverso sembra sia diventato un sport. Non mi addentro su questo perché sono temi assai più sensibili, magari ho anche meno il quadro della situazione, sicuramente rischierei di essere più aggressiva.

Mi spaventa che il dolore e i morti passino in secondo piano.
Mi spaventa che in un momento in cui dovrebbe vincere la solidarietà o il legittimo sdegno per chi può aver causato un dramma ci si rivolga invece con odio verso un "nemico" che magari nulla a che fare con quanto accaduto.
Mi spaventa che non importi neppure se la "prova" presentata sia attinente oppure no.
Nell'epoca dell'immagine non posso che ricordare le vecchie lezioni di greco antico, che ricordavano che "oida" può voler dire "è vero perché l'ho visto", ma anche "è falso, perché l'ho visto, ma gli occhi ingannano".
Lunedì i miei alunni rientrano in classe. Loro vivono immersi nella virtualità della rete. Come farò a comunicare loro il mio disagio, addirittura la mia paura, per questo bar di paese amplificato in cui ormai siamo immersi?
Come farò a spiegare loro che "l'ho visto", spesso può significare anche "è falso"?

lunedì 3 settembre 2018

Fantasy a Km0 – Né a Dio né al Diavolo, L'angelo d'autunno

Ma che belli che sono i fantasy di casa nostra!
In un genere che soffre moltissimo di esterofilia ho trovato negli ultimi tempi delle bellissime sorprese proprio nei fantasy scritti a pochi km da me.

Né a Dio né al Diavolo

Non sono una fan dei vampiri, lo ammetto, ma come ci stanno bene i vampiri a Biella. Ok, no, non è Biella è Biveno, ma essendo io piemontese non è facile fregarmi.
Che sia o no Biella, la cosa che mi ha incantata di questo romanzo è la naturalezza con cui i vampiri di Aislinn abitano la provincia italiana, come se non vi fosse mai stata Transilvania alcuna e da sempre si muovessero in Piemonte. Sono perfetti, meravigliosamente adattati a interagire con il sottobosco culturale dei metallari/giocatori di ruolo di cui anch'io, anche se non molto metallara, faccio parte.
Leggendo da una parte mi sembrava di rivivere la mia vecchia campagna di gioco di ruolo di Vampiri (Vampiri a Novara nel nostro caso). Dall'altra parte era così facile tornare alla me stessa di qualche anno fa, a certe amicizie, a certi pub, e sentire quasi che forse in quegli anni un vampiro vero avrei potuto averlo sfiorato, tanto Aislinn riesce ad ancorarli a quella realtà.
Sicuramente, leggendo questo romanzo, su di me ha giocato un po' l'effetto nostalgia, la sensazione di leggere una vicenda fantastica ma, per assurdo, così vicina al mio vissuto che quasi avrebbe potuto essere vera.
Poi però c'è la prosa. Diciamocelo chiaramente, la prosa del fantasy, sopratutto quello tradotto, è spesso sciatta. Bruttarella. Ci sono libri che ho amato, perché comunque a me il fantastico piace, ma che ho chiuso con un sospiro che diceva "se solo fosse stato scritto meglio". C'è anche quest'idea che solo perché un romanzo è leggero, è dichiaratamente d'intrattenimento, deve essere scritto in modo semplice. Aislinn sa scrivere in modo elegante. È un piacere da leggere. Perché "scorrevole" e "leggero" non vuol dire "piatto".
Né a Dio né al Diavolo è stato il mio "libro da vacanza", quello che mi ha portato con la testa altrove, facendomi uscire dai ritmi mentali dell'anno scolastico. 
È esattamente quello che la copertina promette, una storia con i vampiri e i metallari nella provincia piemontese. Forse non è quella che con spocchia viene definita "alta letteratura". Però funziona alla grande. E ha una prosa che si legge con piacere.
Uno di quei libri che non cambia la vita, ma che si chiude con dispiacere e di cui si aspetta un seguito quanto prima.

L'angelo dell'autunno

Era da un po' di tempo, invece, che aspettavo il momento giusto per recensire L'angelo dell'autunno.
Davide Camparsi l'ho conosciuto grazie al Trofeo Rill è mi è subito sembrato un Autore. Uno di quelli da tenere per d'occhio e di cui poter dire, al momento giusto "io l'ho conosciuto quando ha iniziato". Perché non è bravo, di più.
Ho preso il libro a scatola chiusa e non mi aspettato, in tutta sincerità, un fantasy-fantasy. Di quelli in un universo altro, con regole loro proprie. Chissà poi perché mi aspettavo fantascienza o un urban fantasy.
Beh, se Aislinn mi ha dimostrato che i vampiri a Biella  Biveno ci stanno benissimo, Davide mi dimostra che anche gli italiani il fantasy-fantasy lo sanno scrivere.
Qui siamo in un inizio di saga. Un mondo (una parte di mondo) fatta a cerchi concentrici, in ciascuno dei quali è sempre, perennemente, una stagione. Ovviamente l'Inverno è il posto dei reietti, dove c'è solo freddo e sofferenza, mentre via via che si va verso il calduccio aumenta la qualità della vita e, suppongo, lo status sociale. Solo che non sempre le cose sono state così e, guarda, caso, la scrittura e la lettura sono proibite proibitissime. Siamo solo al capitolo uno, ma è evidente che le cose non sono semplici come appaiono.
L'impianto narrativo, devo dire, è molto classico. C'è un ragazzo che si trova nei guai, ma a ben vendere è forse il prescelto. C'è un gruppo di avventurieri, disillusi agenti dello status quo, in cui il ragazzo capita e c'è una missione, che probabilmente non è la cosa più giusta del mondo da portare a termine.
C'è, però, un gran lavoro di caratterizzazione dei personaggi e la capacità di creare il "sapore" dell'atmosfera. L'angelo dell'Autunno è uno di quei libri in cui ci si immerge e che tengono desto il nostro senso del meraviglioso e dell'avventura.
Anche in questo caso, uno di quei libri di cui si aspetta con ansia il seguito.


Questi due romanzi, poi, sono scritti non sono da autori italiani, ma da autori che conosco di persona, ed è sempre strano leggere le pagine di chi così facilmente immagini alla tastiera, intento a scriverli.
Da un lato sono libri che si leggono con uno strano senso di competizione, persino con un occhio più critico. Perché diventiamo terribili, noi autori italiani, quando leggiamo altri autori italiani e ci inoltriamo nello stesso genere che bazzichiamo anche noi.
Dall'altro c'è la paura della delusione. Quel "E poi lo incontro e se il libro non mi è piaciuto? Lo dico, non lo dico, ignoro?"
Ecco, questi sono due libri che mi hanno fatto dimenticare i loro autori. Mi hanno fatto entrare nella storia, mi hanno portato con i loro personaggi e che siano "fantasy a km0" lo ricordo adesso, non mentre li leggevo. Se la giocano con molti best seller internazionali, alla faccia di chi dice che il fantasy non è roba nostra.

mercoledì 29 agosto 2018

Riflessi scrittorei


Le vacanze, quando finalmente sono arrivate, ci hanno portato in montagna.
Sarà che tutti dicono che i bambini devono essere portati al mare, ma sui monti, negli ultimi anni, per far fronte alla concorrenza, si sono super attrezzati per i pupattoli. 
Passeggino o zainetto e si arriva comodi comodi in posti come quello in foto, dove davvero fatico a provare nostalgia per l'odore della crema abbronzante, le meduse, la paura che il cucciolo si perda nella spiaggia, la sabbia ovunque, insomma, tutti quegli elementi che costellano i miei ricordi di "vacanza estiva al mare per bambini".
Con molto coraggio, il marito ha portato in lettura gli scritti della combriccola della scrittura privata e quindi ho potuto raccogliere tutti i pareri dei miei, questa volta letteralmente, quattro lettori. Gente che mi conosce, che legge quello che scrivo abitualmente, e che ha letto questo esperimento, sapendo che per me il gioco era anche liberarmi di qualsiasi paletto editoriale.
Devo dire che tirare le fila è piuttosto spiazzante e mi ha fatto scoprire cose della mia scrittura di cui probabilmente non ero del tutto consapevole.
Eccone qui alcune, alla rinfusa.

– Non c'è davvero modo di farmi scrivere qualcosa che vada oltre a un bacetto. Non importa quanto disinibiti possano essere i miei personaggi, non importa se i lettori sono quattro e non si fanno alcun problema. Su questa cosa prima o poi bisognerà lavorare seriamente, credo.

– Permettersi di mettere più di se stessi nei personaggi perché tanto mi leggono in quattro che già mi conoscono è stato un errore gravissimo.
Reazione del marito:
"Questo personaggio è come te quando hai il ciclo. Uguale. Mi viene voglia di prenderlo a sprangate. Ti sopporto perché ti ho sposato e sono pochi giorni al mese, ma pure leggere queste paranoie? Ogni volta che arriva il suo punto di vista mi vien male"
E io non sapevo se volevo uccidere per questa reazione me stessa, il marito o il personaggio.
Timida domanda finale:
"Ma alla fine non gli hai voluto bene neppure un po'?"
"No"

– Lasciata a me stessa sono terribilmente melensa. Mi faccio venire il diabete da sola.

– Lasciata a me stessa mi annoio a scrivere descrizioni, ma poi ne sento la mancanza.

– Non importa se leggeranno in 4 e se so che costoro non sono stati nei luoghi in cui si muovono i miei personaggi. Sono terribilmente a disagio nell'ambientare una storia in un luogo reale che non ho visitato. Il risultato è che chiudo i personaggi in casa o comunque in ambienti chiusi, come certi film italiani a basso budget che sono ambienti solo in interni. Cosa che per altro ho sempre detestato.

– Quando penso a una storia sono come il protagonista di "Mattatoio n°5", continuo a passare da un momento all'altro della vita dei miei personaggi, magari su un'arco temporale di trenta o più anni. Tuttavia non mi sembra che la coerenza interna venga meno. A volte racconto conseguenze di cause che ancora non conosco, ma che di certo ci sono.

– Il mio registro è il malinconico, lasciata a me stessa niente drammoni, niente scoppi di risa. Cieli grigi. A volte mi faccio noia da sola.

– Il lettore ideale influenza molto la scrittura, se poi il lettore ideale è una persona concreta è tutto più scoperto.
"Questo è il personaggio preferito di X, devo assolutamente metterci questa cosa che X mi ha raccontato".
Insomma fanservice allo stato puro. Paradossalmente credo che il personaggio in questione ne sia stato molto arricchito.

– Devo lavorare di più sulla gestualità dei personaggi. Come si muovono, come camminano, le pose tipiche. Me le perdo via e rischio che diventino creature di puro pensiero, anche quando si tratta di individui che invece si esprimono molto con la fisicità.

– Nel tornare a scrivere un racconto per un concorso mi è venuta l'ansia.
"Oddio ora non so più scrivere per un pubblico generico". E ho pensato che sono proprio le frasi per cui il marito prenderebbe a sprangate me e i miei personaggi. E quindi ho finito il racconto. Vedremo poi che fine farà.

Voi come vi vedete riflessi nella vostra scrittura?

lunedì 27 agosto 2018

Letture – Mattatoio n°5


La capacità proprio della letteratura è quella di far arrivare alla verità attraverso la finzione.
Tuttavia vi sono esperienze al limite dell'umano che diventano tangibili attraverso la letteratura solo se arrivano da un'esperienza concreta.
Quei casi, che non auguro a nessuno, in cui qualcuno che è già uno scrittore o lo è in potenza si trova a vivere in prima persona esperienze drammatiche. Credo che esperienze al limite come la guerra o la prigionia siano davvero difficili da scrivere nel comodo di uno studio. Forse che sia persino un po' arrogante farlo. In effetti noi prof veniamo bersagliate da proposte letterarie a tema "Seconda Guerra Mondiale" e alcuni, che parlano di lager ma sono scritti dalla comodità di salotti riscaldati, devo dire mi urtano un po'.
Mattatoio n°5 è uno di quei libri in cui si tocca con mano lo strazio del vissuto.
Ed è un libro di fantascienza.

Il primo capitolo, una sorta di prologo, è, per certi versi, una delle cose più vere e strazianti che mi sia capitato di leggere.
Poche pagine raccontano in modo tanto vivido l'urgenza di scrivere e il disagio del doverlo fare, il pudore a raccontare qualcosa che si sente di dover narrare, che si è visto, sapendo che si andrà ad urtare delle sensibilità.
L'autore, americano di origine tedesca, durante la Seconda Guerra Mondiale è stato fatto prigioniero in Germania. Portato a Dresda, per un caso fortuito è stato alloggiato, insieme agli altri prigionieri americani, in un mattatoio sotterraneo, sopravvivendo così al bombardamento che ha raso al suolo la città uccidendo, inevitabilmente, per lo più civili.
In questo primo capitolo Vonnegut racconta la sua necessità di scrivere di quei fatti e i suoi scrupoli. Da un lato l'orrore per la guerra, qualsiasi guerra (il sottotitolo del libro è "la crociata dei bambini"), dall'altro il palpabile disagio che percepiva nel prospettare, negli anni '60, un romanzo sulla Seconda Guerra Mondiale in cui si empatizza con vittime tedesche. 
Il disagio dell'autore è palpabile, quasi si senta il suo grido trattenuto per qualcosa che lotta per uscire e il disgusto nel constatare che per molti ci sono morti (innocenti) che non hanno diritto neppure alla pietà per il solo fatto di appartenere "al nemico".

La soluzione è ricorrere a una fantascienza straniante.
Protagonista del racconto è Billy, uno spastico temporale.
La sua caratteristica è quella di avere una coscienza che continua a saltare da un momento all'altro della propria vita, che quindi viene esperita in modo non lineare. 
Un momento è il giovane soldato americano prigioniero a Dresda, che ogni tanto sfiora l'autore (con fortissimi cortocircuiti narrativi), un momento dopo è adulto, consapevole, magari, della morte di un moglie che non ha mai amato né odiato, un momento ancora ed è prigioniero di alieni che gli spiegano come il tempo coesista.
Questa percezione diacronica del tempo amplifica la sensazione generale di mancanza di senso. La percezione di Billy è di una vita affidata al caso, dove l'unica certezza è la capacità dell'uomo di far del male ad altri uomini. Dove ragazzi vanno in guerra senza capire bene il perché, finiscono per scontrarsi con altri ragazzi, in uno sconfinato paesaggio di vittime, senza neppure la certezza che i carnefici davvero esistano da qualche parte.

Ingenuamente, pur avendo già letto Ghiaccio nove, ho pensato che l'impianto fantascientifico avrebbe tolto forza a una narrazione che, di fatto, è memorialistica.
Errore.
L'impressione è un costante urlo di dolore nel vuoto. L'impossibilità ad accettare una mancanza di senso. Le infinite morti assurde che costellano il libro. Tutte di personaggi dimenticati e dimenticabili, gente su cui nessun libro di storia si soffermerebbe, come non si soffermano sui morti di Dresda.
Sono veramente molti i passaggi che risuonano come pugni nello stomaco, non ultimi i deliri fnatareligiosi che il protagonista legge in alcuni romanzi di fantascienza. E in effetti, c'è qualcosa che risuona in tutto il romanzo come un grido disperato a un dio assente, a un tempo che non può essere cambiato, all'illusione di un senso inesistente. 
Perché Billy, il protagonista, può anche trovare consolante, per certi versi, l'ineluttabile impossibilità di vere scelte (lui, che sposa la moglie perché già sa di averla sposata e ha già persino vissuto la vedovanza), ma è ovvio che per l'autore o il lettore non c'è alcuna consolazione. C'è la constatazione che sicuramente a qualcuno la guerra sarà sembrata giusta e necessaria, ma a farla sono stati ragazzini o quasi e che tutte le vittime, anche quelle odiose, hanno sofferto.
Come in Ghiaccio nove non c'è speranza di redenzione per l'umanità. Non c'è neppure l'arroganza della malvagità, se così possiamo chiamarla. Agghiacciante è il passo in cui Billy, a cospetto degli alieni, implora questi ultimi a fermare l'uomo, prima che distrugga l'universo. Ma gli alieni, che hanno un'altra concezione del tempo, dicono che non ce n'è bisogno, saranno loro a distruggere l'universo, per un banale incidente. L'umanità tutta non è che un piccolo accidente di cui non importa a nessuno.

Mattatoio n°5 è un libro da cui si esce spiazzati. Fa male. Ha angoli taglienti aguzzi di verità e disperazione.
Ed è un libro di fantascienza.

venerdì 24 agosto 2018

Essere semplice


Non era mia intenzione lasciare languire il blog per così tanto tempo, davvero, e me ne scuso con tutti.
A inizio luglio sono stata presa in contropiede da una stupido batterio, che a quanto pare ha trovato la strada spianata da un certo numero di malanni pregressi, e mi ha messo del tutto ko.
È stata una sciocchezza, ma è bastata a farmi toccare con mano alcune fragilità.
Poi è arrivata l'estate, quella vera, la pupattola a casa dal nido, le vacanze, le cose da fare, i racconti da scrivere e l'aggiornamento del blog è slittato fino ad ora.
In qualche modo ora cercherò di recuperare, perché ci sono cose da dire, libri di cui parlare, riflessioni da fare. Fuori dalla soglia di casa mia stanno accadendo cose su cui vorrei ragionare, cose che mi spaventano.
A volte penso di non essere in grado di trovare le parole per esprimere ciò che penso, che non sia il caso, altre che come prof, come quanto meno dilettante della parola, sia mio dovere provarci.

Per il momento vi lascio una canzone.
Ci sono stati giorni, quest'estate, in cui non ho fatto altro che boccheggiare ascoltando la radio (e ringraziando, nonni, amici, nido e chi chiunque altro si stesse occupando della pupattola in quel momento) e ogni tanto la radio passava una canzone di Diodiato.
Non è che mi entusiasmasse.
È che mi descriveva, alla perfezione.
Magari non la me stessa attuale che, almeno su alcune cose, si è un po' rappacificata con se stessa.
Descriveva alla perfezione la persona che sono stata a lungo e, per certi versi, non mi era mai capitato.


E chiedo scusa se non ho vissuto
Come gli altri mi dicevano
Se tutto quello che ho desiderato
Era più grande di me
E ora che sono qui mi manca il fiato
Vorrei davvero essere semplice
Ma so che è stupido considerato
Che non fa parte di me


"Vorrei davvero essere semplice/ Ma so che è stupido considerato/ che non fa parte di me"
Ecco, credo di essermi ripetuta mille volte questa frase.
Perché mi piacerebbe un sacco, davvero, essere quella che si definisce "una persona semplice". E io ho gusti da persona semplice, il che per certi versi non aiuta. Le cose che mi piacciono, che mi fanno stare bene, lo sono. Non c'è mai stato nulla di trasgressivo nelle mie azioni, ma i miei pensieri non sono, non sono mai stati e temo mai saranno, semplici. Non lo è il mio sguardo sul mondo. Né ho mai smesso di desiderare ciò che è più grande di me.
E sembra stupido, ma evidentemente non lo è, desiderare una semplicità che, semplicemente "non fa parte di me"

Per molto tempo sono stata esattamente questo ritornello. Ora molto meno.
Perché va bene, non sono semplice. Non lo sono neppure le persone che pian piano hanno iniziato a costruire il mio attuale, così amato, microcosmo. E alla fine ho smesso di cercare quella linearità di pensiero che, lo so, non potrà mai appartenermi.

In ogni caso è stato strano incappare per caso in una canzone che in tutta onestà non ritengo un capolavoro, eppure è il grado di descrivermi così bene.
A voi è mai capitato?

PS: i fiori in foto mi sono stati regalati il giorno della mia conferma in ruolo. Adesso sono, senza alibi alcuno, una prof vera.